A Expo la prima forma di Parmigiano Reggiano a “EMISSIONI ZERO”

A Expo è stata aperta e degustata la prima forma di Parmigiano Reggiano ad  emissioni zero. A produrla il Caseificio Caramasche, cooperativa di Pegognaga, nel mantovano, seguendo un articolato progetto per la mitigazione dell’impatto ambientale, supportato dal Ministero dell’Ambiente, che ha interessato l’intera filiera di produzione.

Caramasche è il primo caseificio del comprensorio del Parmigiano Reggiano ad aver ottenuto la certificazione Carbon Foot Print. Un approccio innovativo finalizzato a misurare con trasparenza gli impatti di una delle produzioni più tradizionali ed artigianali di formaggio, dal campo fino alla forma finale. In questo progetto il Caseificio Caramasche ha collaborato con diversi attori, in particolare con la Cooperativa Redenta, di Pegognaga, che produce e distribuisce foraggi e cereali di qualità prodotti localmente. Approvvigionamento di foraggi e cereali di qualità e locali, produzione di energia rinnovabile ed efficienza energetica, impegno a misurare e migliorare il benessere degli animali allevati ed il proprio impatto ambientale sono i valori contenuti nel progetto, che ha trovato il supporto dell’Amministrazione Comunale di Pegognaga, che ha istituito un tavolo di lavoro tra diverse imprese del Basso Mantovano, mirato a valorizzare l’eccellenza di un territorio vocato alla produzione agroalimentare di qualità e alla sostenibilità ambientale.

La fase di azzeramento delle emissioni  ha ricevuto il supporto di AzzeroC02, Esco specializzata in strategie di compensazione delle emissioni di carbonio e gestione dei certificati bianchi.

La forma a impatto zero è stata presentata al pubblico nel corso di un incontro al padiglione Slow Food, al quale erano presenti tra gli altri Roberto Burdese, Ad di Slow Food Promozione, e Giuseppe Alai, Presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano.

Il Presidente del Consorzio Alai ha sottolineato come il disciplinare di produzione del Parmigiano Reggiano sia caratterizzato dall’obbligo di utilizzare prevalentemente foraggi aziendali non insilati. Questo ha favorito nel corso dei secoli una lavorazione naturale del latte appena munto nei caseifici, senza l’aggiunta di conservanti, per esaltare gli aromi del formaggio. Tuttavia questo ha permesso anche che le aziende favorissero le rotazioni delle colture e la presenza di prati che hanno tutelato la presenza della biodiversità e orientato le aziende a produrre alimenti in modo più sostenibile.


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